Medea longobarda: prima citazione datata 762 d.c.

Presentato il libro di Enza Chiara Lai
Da una pergamena custodita nell'Archivio di Stato di Venezia, la comunità di Medea ha avuto la conferma che la prima citazione ufficiale del paese risale al lontano 762, quando il territorio di sua pertinenza era assoggettato al dominio longobardo. Il tutto è stato spiegato l'altra sera nei locali del centro civico “Aldo Gallas”, in occasione della presentazione del libro, patrocinata dalla Società Filologica Friulana, della ricercatrice socio-antropologica Enza Chiara Lai, dal titolo “...et cartas de libertate fecimus...”, edizioni Ribis. La pergamena certifica che nel maggio del 762, venne redatta nel monastero di Nonantola, in provincia di Modena e in quello che rappresenta il più antico documento altomedievale friulano, la cosiddetta Donazione Sestense. Si tratta di una corposa donazione, che venne attuata prima di entrare in monastero, dai tre fratelli longobardi, nobili di origine ducale, Marco, Erfo e Anto, con cui questi cedettero i loro beni, composti da grandi curtes e casae massericiae, pascoli e prati, interi monti e boschi, mulini, vigne e appezzamenti, ai due monasteri maschili e femminili di Sesto al Reghena e Salto, vicino a Cividale. E proprio in tale documento compare per la prima volta il nome di Medea: “...Item addemus in curte nostra Medegia cum omnia pertinentia sua, …..”. L'ampiezza dell'assise territoriale dei beni donati fa del documento la prima rassegna di una certa estensione delle località rurali del Friuli longobardo, anche se non tutti identificabili per la trasformazione nel tempo dei toponimi originali. Una parte di questi possedimenti , per la maggior parte situati all'interno della marca friulana, nel territorio compreso tra i fiumi Livenza e Tagliamento, vengono donati all'abbazia maschile di Sesto, mentre la parte rimanente viene legata alla seconda fondazione monastica, stavolta femminile, di Salt, diretta da Piltrude, la madre dei tre fratelli donatori. Oltre ad assegnare i beni fondiari, i tre nobili inclusero nel documento una “manumissio”, dei servi che lavoravano sotto la loro potestà al momento della donazione: la liberazione dei servi con il rilascio di carta de libertate è contemplata dalla legislazione longobarda e un secolo prima Rotari l'aveva inserita come libera facoltà del padrone. Di non poco conto la concessione della libertà anche alle serve e le aldiane. Alla presentazione, introdotta dal sindaco Alberto Bergamin, era presente anche l'editore Mario Ribis, mentre per l'occasione è stata consegnata al Comune copia in facsimile della pergamena originale, autorizzata dall'Archivio di Stato di Venezia.

Breve storia del Comune di Medea

Raccontare in poche righe la storia di una sia pur piccola porzione di territorio è sempre impresa assai ardua a talvolta irrispettosa di tutte le tradizioni del luogo. Ciò non di meno potrà porvi rimedio la bibliografia in fondo a questa pagina.
Medea è un paese della Destra Isonzo, in provincia di Gorizia, a ridosso di un colle non particolarmente alto (75 mslm) di origine calcarea che insolitamente sorge sulla pianura alluvionale.
Nel 762 d.C. appare in un certo numero di documenti (e per la prima volta) il nome di Medea. Il nome, secondo quanto scrive Giovanni Frau nel suo “Dizionario Toponomastico Friuli Venezia Giulia” edito nel 1978 si trova così articolato: “Medea, Migéa, sl. Medeia e a pag. 762 si riscontra “Medegia (alias Medegis). In lingua friulana può essere: Migéa, Migée, Migjée, Medée.
La protostoria e preistoria di Medea ci ha lasciato tracce nei molti reperti recuperati nel corso delle diverse campagne di scavi che si sono susseguite dalla seconda metà dell’'800 e che dimostrano come prima dell’espansione della civiltà paleoveneta verso est, fra il VII e VI sec. a.C. le terre del goriziano furono popolate da colonie di Istri. Queste popolazioni usavano proteggersi dai pericoli provenienti da altre genti collocando le proprie abitazioni su di un colle circondato da mura di difesa (Castellieri). E’ necessario ricordare la presenza di una necropoli sul colle di Medea in prossimità del Colle di S. Antonio (luogo dove ora sorge la bella chiesetta dedicata al Santo). In epoca romana il territorio di Medea fu certamente ricco di insediamenti ma la sua posizione geografica lo vede proprio nel mezzo della direttrice che dai passi alpini porta al mare e questa posizione determinò, purtroppo, la sventura di trovarsi sempre al centro di tentativi di conquista, guerre e contese. Anche la presenza del fiume Versa assunse un ruolo di “confine”: da una parte un territorio che risente del prossimo oriente (Medea slavonica) mentre sull’altro argine le terre di Romans (Luogo dei Romani). Di decennio in decennio le terre di Medea si trovarono sempre coinvolte in contese e guerre che però non sempre dipendavano da invasioni provenienti da Est o da Nord: basta ricordare, infatti,  la distruzione che subì ad opera degli uomini del Patriarcato di Aquileia in lotta con i Conti di Gorizia nel 1268. Purtroppo, la sua posizione e la fertilità delle sue terre non permise alla popolazioni ivi residenti di vivere lunghi periodi di pace. E’ sufficiente ricordare le scorribande dei Turchi del 1449 quando questi rasero al suolo 132 villaggi e paesi anche a causa dell’incapacità di difesa veneziana. Solo duecento anni più tardi tutto si rimescola nuovamente a causa della guerra fra la Repubblica di Venezia e gli Asburgo (i resoconti di quel tempo parlano persino di un fortilizio sul colle che sovrasta il paese voluto dai veneziani  del quale ora non esiste più alcuna traccia).
Ancora pochi anni più tardi ed ecco che Napoleone con le sue troppo troverà in Palmanova uno storico caposaldo ed in Medea una fonte non secondaria di materia prima per la costruzione delle mura fortificate della città stellata. Ma anche il tricolore francese non rimase a lungo sui pennoni della bassa ed infatti tutto il territorio finì sotto l’egida degli Asburgo i quali consolidarono la loro egemonia sul territorio fino alla fine della Grande Guerra. Molto concittadini furono “arruolati” nelle truppe imperiali ed inviati a combattere in Serbia, in Russia e persino in Italia. Il colle ritorna ad assumere una posizione strategica grazie all’ampia vista del territorio circostante. Su di esso posero i proprio punti di osservazione e comando persino Vittorio Emanuele III, Cadorna, Diaz ed il Duca d’Aosta. Le truppe italiane entrarono nel territorio del Comune il giorno 24 maggio 1915. Com’è noto la fine delle Grande Guerra portò la dittatura ed infatti nell’estate del 1923 il Consiglio Comunale venne sciolto d’ufficio dal Console della Sezione Fascista d’Isonzo. Dal 1943 al 1945 Medea visse l’occupazione tedesca e in quegli anni molti cittadini parteciparono attivamente alla lotta di liberazione fino alla storica data del 25 aprile 1945 quando è posta finalmente la parola fine al secondo tragico conflitto mondiale. Le terre di Medea poterono tornare finalmente all’Italia solamente nel 1947 dopo due anni di appartenenza al Territorio Libero governato dall’allora Governo Militare Alleato.
Nel 1951 venne eretto sulla cima del colle che sovrasta la cittadina il monumento “Ara Pacis Mundi”. L’urna che si trova al centro del monumento contiene 800 zolle di terra provenienti da altrettanti cimiteri di guerra nazionali e stranieri d’Italia, Russia ed Africa.

Bibliografia essenziale:
Gallas A.; “Medea: 1918 – 1945”; ed. Comune di Medea, pag. 122, 2003
Gallas A.; “Toponimi e micro-toponimi della campagna e del colle di Medea”; ed. della Laguna, pag. 30; 2001
AA.VV.; “L’Ara di Medea”; ed. Comune di Medea, pag. 230, 2001
Furlani U.; “Medea e il suo Colle dalla preistoria alla romanità”; ed. Comune di Medea, pag. 75; 2000
Gallas A.; “Medea – Il territorio, la realtà socio – culturale, la storia”; ed. Comune di Medea, pag. 204, 1996
Frau G.; “Dizionario toponomastico Friuli – Venezia Giulia”; Arti Grafiche Fulvio, 1978